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domenica 29 marzo 2009

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Riflessioni


Ero rimasto in debito con voi e con me stesso di un ricordo di Candido Cannavò. Inoltre era da tempo che avevo in mente di scrivere qualche considerazione sui media sportivi nazionali in genere. Siccome il campionato ci concede una pausa di riflessione…riflettiamo.

Ma cosa ne è stato della nobile professione del giornalista sportivo? Quale immondo essere si è impadronito del corpo che fu di autentici poeti e narratori, di quei certosini artigiani che sapevano farti sentire l’odore dell’erba, il colpo secco dell’impatto col pallone, pur in assenza di telecamere e microfoni, di moviole e riflettori?

Quale nefasta trasformazione, quale plagio, quali malefici influssi hanno fatto si che alla generazione dei Cannavò (tanto per citare l’ultimo in ordine di tempo) si sia sostituita quella dei Varriale?

Poggiava su solide basi l’antica corporazione del tempo che fu. Basi fatte di cultura classica, di attività agonistica, di dura gavetta. Di polpastrelli martoriati da anni di lapis e biro, di unghie consunte dal battere sui tasti di consunte Olivetti. Di ore ed ore passate al freddo e nella nebbia di certe pianure del nord o al caldo torrido di polverosi campetti del profondo sud, a seguire il rotolare di sdruciti palloni nel convulso ansimare di giovanotti di belle speranze.

Anni d’oro nei quali il calcio nasceva e diventava grande. Nei quali non la cronaca si scriveva ma la storia.

Era un’Italia più vera, più povera, meno cialtrona. Non dovevamo integrarci con nessuno né integrare nessuno. Le passioni ci muovevano ma badavamo alla sostanza. Certo, anche alla forma tenevamo. Ma nel senso pudico dell’apparire composti, puliti, pettinati.

La carta stampata e la TV non avevano ancora abdicato dal ruolo di educatori, di diffusori di uno stile, di una cultura, di una alfabetizzazione di massa ancora in essere, alle quali la gente ancora aveva l’umiltà si sottoporsi di buon grado.

I giornalisti sportivi erano osteggiati dai loro colleghi. Oggi il rapporto è quasi capovolto ma una volta questi erano guardati con una sorta di malcelato disprezzo nel loro stesso ambiente. Forse fu questa la molla che ne spinse molti oltre la soglia della mediocrità o della normalità. per assurgere alle vette che oggi, chi ne serba la memoria, ancora gli riconosce.

Poi, qualcuno decise che il calcio dovesse piantarla di essere uno sport. Lo spettacolo, ecco il nuovo “El Dorado”, la terra promessa, il suolo vergine dove espandersi. Fenomeno di massa quindi di consumo; di guadagno quindi di speculazione; di facili appetiti, di spregiudicatezza.

A che serve più la cultura? La conoscenza della materia? Serve ancora saper scrivere quando quattro quinti della pagina saranno coperti da foto e titoli a caratteri cubitali? Serve essere obbiettivi e non di parte se il prodotto è indirizzato a chi vuol sentire solo una campana?

E poi: stiamo ancora a perdere tempo con la carta? C’è la TV! Quale miglior terreno di coltura per lo spettacolo?

Riflettori, truccatrici, copioni da recitare. Stuoli di autori che scrivono dialoghi che devi solo riportare cercando di sembrare disinvolto. Ostentazioni di abiti impeccabili, di cosce e tacchi a spillo, occhiali improbabili ed orologi di tendenza. Balletti tribali di contorno a lei…Sua Maestà La Moviola, la “Grande Madre” che sforna nuovi mostri e al tempo stesso se ne ciba.

Nessuno racconta più il calcio. Tanto lo si vede e stravede, basta pagare. Il gesto tecnico, l’espediente tattico…è ciarpame da emarginare quanto prima, un’inutile orpello da antiquari.

Molto meglio l’inquadratura sull’errore, sull’acconciatura, sul tatuaggio, sul labiale, sul triviale.

Fantocci lindi e pinti che commentano le bravate di altri fantocci lindi e pinti svelandone le miserie, i retroscena, le debolezze, le furbate, le meschinità.

Congiure, complotti, dispetti, battibecchi. Quasi mai l’avversario vince per merito, lo ha detto la moviola. E se gli si concede il merito della vittoria è perché conviene farlo, perché c’è da umiliare lo sconfitto di turno per ordini di scuderia, di editore, di format, di audience.

Ed in ogni caso, c’è sempre l’arbitro, il lasciapassare per ogni assoluzione. La breccia per evadere da qualsiasi errore, responsabilità, sconfitta.

L’ironia è cattiveria. L’informazione è pettegolezzo. La polemica è zizzania. Il commento è allusione, provocazione, derisione.

Ore di palinsesto passate a gettarsi secchiate di sterco, il più delle volte a senso unico; a sviscerare dettagli che mai occhio umano avrebbe potuto cogliere; a fare congetture su episodi durati un battito di ciglia.

Tanto nessuno si accorgerà mai che si tratta solo di un pretesto per riempire lo spazio tra uno spot e una telepromozione. Quale tra i cervelli anestetizzati si accorgerà mai che l’opinionista che dieci secondi prima pontificava su un fuorigioco millimetrico, adesso sta declamando le virtù di una crema dopobarba? L’abito è lo stesso, medesima l’acconciatura, il trucco, la voce suadente, lo sguardo ammiccante. Tutto è profumato, cosmetico, appiattito. Finto.

Perfino l’intervista del dopo-partita è una protesi di silicone. La partita è un morto ancora caldo, le fronti sono ancora imperlate di sudore: le sensazioni, le emozioni potrebbero approfittarne per schizzare fuori…invece…a subdole domande fanno seguito stereotipate risposte; a squallidi tormentoni seguono piccate repliche al mittente; ad insopportabili accenti dialettali fanno eco faziosità al vetriolo.

Tutti sono all’altezza, tutti sono pronti. Nessuno vuole soccombere. Ciascuno ha il suo “dossier” da tirare fuori. E l’intervistatore, che un tempo aveva l’obbligo di conoscere la materia e la storia, ora è a questi dossier che deve tenersi al passo. Sono questi i suoi testi, i classici sui quali formarsi.

Uno scempio. Ecco cos’è.

Questa è gente pagata-spesso lautamente-, per quello che fa. In un’epoca di crisi e disoccupazione dilagante è un aspetto da non sottovalutare. Pagata con i nostri soldi, coi soldi di tutti noi. Chi col canone, chi con i finanziamenti pubblici all’editoria, chi dai proventi della pubblicità. In ogni caso, come si vede, coi soldi di ciascuno di noi.

Se vado in libreria, spendo dei soldi per un libro che possa darmi qualcosa; se vado al cinema o a teatro, pago per assistere ad uno spettacolo che possa appassionarmi; se vado allo stadio è perché voglio partecipare emotivamente alle vicende della mia squadra del cuore.

A questa “casta” i soldi vanno in base ad un malinteso senso dell’informazione, della spettacolarizzazione di contorno all’evento calcistico. Senza censure (…non sia mai!), senza pudori, senza responsabilità.

Tanto è la società che è marcia, che non ha valori.

Ciao, Cannavò.

Salutami gli amici che tu sai…

Veleno61

11 -Vuoi dire la tua?:

francescomisc ha detto...

Bella la foto che ritrae Cannavò con la sua grande amata, la "Gazzetta dello Sport", direttore per 19 anni.
Durante la sua carica,"la rosa", si è consolidata come primo quotidiano italiano e maggiore quotidiano sportivo europeo, ha dato vita alla pubblicazione del settimanale Sportweek e ha aperto il proprio sito web.

A quasi un mese dalla sua scomparsa lo ricordiamo con questo splendido scritto di Veleno.

Chiudo con una frase dell'"avvocato" Gianni Agnelli:
«Forse non sapremo mai ciò che la medicina ha perso, visto che il giovane Cannavò ha deciso di diventare giornalista, ma sappiamo quanto ci ha guadagnato lo sport e noi con lui».

nicola ha detto...

L'unico vero peccato è che il grande Cannavò ha seminato nel.....deserto concependo solo squallidi surrogati.

Entius ha detto...

L'analisi di veleno è precisa e attenta come sempre. I giornalisti degni di questa definizione sono ormai pochissimi.
Un tempo il giornalista sportivo era uomo di grande intelligenza e cultura oggi sono solo dei burattini.

www.calciorum.blogspot.com

luciano ha detto...

Come non essere d'accordo? Basti dire che da tempo non leggo più giornali sportivi (tranne la "gazzetta giovani" del lunedì) e non guardo trasmissioni televisive sul calcio. Leggo solo blog, scegliendo con cura

Fripp ha detto...

Quando ci siamo dimenticati che il calcio è uno sport?
E quando abbimo dimenticato osa vuol dire sport e cosa vuol dire agonismo?
Io questo sia avvenuto, quando si è persa la dimensione del partecipare, del lottare in campo, del bel gioco, della passione sportiva per rimanre legati solo ed unicamente al risultato, alla vittoria.
Certo scopo dello sport agonistico è vincere, ma non tutti i costi.
Bisogna rispettare le regole (tutte e nella sostanza non solo nella forma) e bisogna rispettare l'avversario.
Poi bisogna saper vincere e bisogna accettare la sconfitta.
Tutto questo è sparito quasi totalmente nello squallido panorama odierno del giornalismo sportivo, che ha anche perso la capacità di racontare, di far rivivere le gesta sportive.
Bravo Veleno per averci ricordato cosa dovrebbe essere il giornalismo sortivo.

francescomisc ha detto...

E' un mondo, quello del calcio, con contorni sempre meno piacevoli. Urlatori televisivi, burattini telecomandati vestiti da opinionisti,trasmissioni sportive sempre più trash dove appetibili fanciulle prosperose e poco vestite accalappiano odiences.... nazional popolare.
Alla luce di tutto questo, non mi resta che spegnere la TV, evitare quasi totalmente i giornali ed essere completamente d'accordo con Luciano.

ciccio ha detto...

I nuovi Cannavò: Marta Gomes, Canalis,Mughini,Mosca,Varriale,
Bargiggia....un vero squallore!

Inter Club Monopoli ha detto...

Il mondo dello sport perde una persona particolare, di grande onestà e principi morali. Il vuoto che lascia è immenso. Il suo impegno nel sociale sia di esempio per tutti noi. Quando un grande uomo se ne va, il dolore supera tutto il resto. Intelligenza, professionalità, costanza: anche chi non lo conosceva direttamente poteva vedere in lui questi tre valori. Un campione che non c'è più e un vuoto che rimane: sia nello sport, sia in tutti noi. Sempre vivo nei nostri cuori il suo ricordo!
Ciao Candido!!!
Iacopo
Inter club Monopoli

C'èSolol'Inter ha detto...

Che stupendo post, uno di quelli da brividi e nostalgia, un concentrato di realtà, che dovrebbe far riflettere e salvare qualche mente in più dal turbinio degradante di questo mondo che è cambiato in peggio. Non si può aggiungere altro, se non consolarsi che esistono i "veleno", che continuano a far sperare gli amanti del calcio come noi! ciao a tutti.
Sergio
C'èSolol'Inter!!!

otilia ha detto...

concordo in pieno con l'analisi di veleno,purtroppo!!!ormai in italia il giornalismo,e non solo quello sportivo,è ridotto a lecchinaggio del potente e sberleffo degli altri.l'unico che fa tremare i giornalisti è il nostro muorinho che con il suo linguaggio appropriato e la sua inteligenza non si fa mai mettere sotto da nessuno.
peccato che cannavò non abbia lasciato eredi,ne avremmo avuto bisogno e tanto.
ciao a tutti

veleno61 ha detto...

Vi ringrazio tutti, come al solito, per gli elogi. La soddisfazione più grande per chi scrive è riuscire a coinvolgere le persone, indipendentemente dal fatto che si sia o meno d'accordo sul mio punto di vista.
Io, per dire, non sono molto in sintonia con chi rigetta il lavoro dei media. Certo, non sono un fanatico dei quotidiani sportivi nè un accanito fan di certi cabaret televisivi con velleità calcistiche...ma quando mi capitano sotto gli occhi certe cose, non posso fare a meno di reagire. Per questo ringrazierò sempre Francesco per l'opportunità che mi regala di poter dire pubblicamente la mia.

Un "grazie" particolare a otilia che ha centrato l'argomento di un prossimo post (in gestazione): "l'unico che fa tremare i giornalisti è il nostro Mourinho".

Continuate a seguirci...

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